Svuotare le aree a più alto rischio di case, aziende, fabbricati. Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, in un’intervista a Sky Tg 24, ha prospettato una strategia inaudita (nel senso etimologico: mai sentita prima) per ridurre i danni che si verificano – praticamente – ogni volta che piove.
In fondo trovate il link al video con le dichiarazioni del ministro. Dice in sostanza: non c’è solo il problema degli edifici costruiti dove non si dovevano costruire; si stano verificando i peggiori scenari tratteggiati dagli studi sui cambiamenti climatici; l’eccezionalità dei fenomeni meteo è diventata la regola; bisogna agire di conseguenza.
Il ministro ha torto o ha ragione? Dipende. Le sue parole aprono la strada a due possibili traduzioni pratiche. Una sacrosanta e una invece totalmente esecrabile, almeno a mio avviso.
Due anni fa, in occasione di una delle ormai ricorrenti alluvioni sul Messinese, avevo pubblicato questa foto che allora girava per il web: case costruite nel letto di una fiumara perlopiù vuota. Ma che esiste apposta per riempirsi d’acqua: e infatti in quell’occasione si era riempita.

Se il ministro si riferisce alla necessità di sbaraccare alla velocità della luce abomini come questo, non posso che essere d’accordo: ha detto una cosa forse dolorosa e cruda, ma coraggiosa e necessaria.
C’è però anche la seconda possibile traduzione pratica delle parole di Clini, quella nefanda. In Italia il rischio idrogeologico è così diffuso che, per mitigarlo, occorrerebbe abbandonare e ricostruire gli edifici situati sul 7,1% del territorio nazionale: quello che l’Ispra (dati 2003, e magari sono da rivedere al rialzo) considera particolarmente soggetto a frane e alluvioni.
Se è questa l’ottica del ministro, stiamo freschi. Perchè il rischio idrogeologico di quel 7,1% del territorio nazionale non discende solo dal destino cinico e baro, bensì anche dall’opera dell’uomo.
Il cemento non assorbe l’acqua, l’asfalto nemmeno: abbandonare e ricostruire (per quanto oculatamente lo si faccia) vuol dire creare le premesse per altro dissesto. Senza contare che le aree abbandonate al loro destino non si ri-naturalizzano magicamente: il cemento lì c’è, e rimarrà lì a causare dissesto ad occhio e croce per diverse centinaia di anni.
Al di là dei casi in cui è doveroso e saggio far fagotto, tipo le case nella fiumara, secondo me non c’è santo: l’unica cura per rimettere in sesto lo Stivale è la meticolosa manutenzione del territorio.
Di questo però il ministro non ha parlato.
L’intervista del ministro Clini a Tg Sky 24
Sul sito dell’Ispra il rischio idrogeologico in Italia
Foto emilius da atlantide









L’ambiente va difeso, se no la natura si vendica…
http://www.letoviva.org/?p=461
Bisogna mettere in sicurezza o trasferire una superficie artificializzata pari al 10% circa della superficie dei comuni che si trovano in aree soggette ad alluvioni o frane, quindi il 7% circa della superficie artificializzata o urbanizzata del territorio nazionale, che dovrebbe corrispondere allo 0,4 % dell’intera superficie nazionale.
Vorrebbe dire coprire di cemento e asfalto una superficie appunto pari allo 0,4% dell’Italia. Se nel frattempo si demolissero tutte le case, le fabbriche e i laboratori abbandonati… la capacità dei suoli di trattenere e far defluire le acque non sarebbe modificata. E si può fare… un edificio, una costruzione pesante in cemento armato si può demolire.
E’ vero che in Italia si dovrebbe aumentare l’efficienza con cui si occupano i suoli… si potrebbe fare molto per aumentare, entro certi limiti, la densità abitativa delle aree urbane, e quindi limitare, e magari anche arrestare l’espansione edilizia verso le campagne… ma è pur vero che questo non basta.
La superficie artificializzata nazionale, che comprende aree urbanizzate, infrastrutture e reti di comunicazione, è il 6,4% circa del totale (http://ctntes.arpa.piemonte.it/Indicatori/tabellefigure/tab_12.22.pdf)… quindi non è poi così molto…
Ecco, con la campagna Stop al consumo di territorio si è concentrata l’attenzione solo su una parte dl problema… è vero che bisogna costruire meglio e il meno possibile, ma è anche vero che abbiam pur bisogno di case, strade, di fabbriche. La vera questione è che l’Italia è sovrappopolata, che siamo in 60 M anziché 40.
No, mi sa sono sbagliato… dai dati riportati dell’ISPRA non si riesce a determinare l’area della superficie artificializzata a rischio idrogeologico. Forse però si può approssimare…
Io so che il 7,1% del territorio è a rischio frane e alluvioni, e che il 6,4% della superficie italiana è artificializzata, quindi:
( 30 M Ha / 100 ) x 7,1 = 2 M Ha
( 2 M Ha / 100 ) x 6,4 = 140 k Ha
Il che vuol dire che lo 0,45% della superficie nazionale dovrebbe essere trasferita o messa in sicurezza, un’area vasta come il comune di Roma…
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