I mari di tutto il mondo sono pieni di minuscoli frammenti di plastica. E figuriamoci se non ce ne sono anche lungo le coste dell’Italia. Era facilmente intuibile, e adesso è accertato dalla ricerca scientifica Expedition Med. Addirittura, la concentrazione di coriandoli di plastica attorno all’isola d’Elba supera quella misurata nei “vortici dei rifiuti” dell’oceano Pacifico e nell’Atlantico.
La notizia è ripresa anche dal rapporto “L’impatto della plastica e dei sacchetti sull’ambiente marino” presentato ieri da Legambiente. Ma i sacchetti su cui si focalizza l’attenzione di Legambiente, e più in generale tutti i rifiuti visibili, rappresentano solo la punta dell’iceberg.
Per azione del sole e delle onde, la plastica in mare si riduce in pezzettini piccolissimi. I pesci li mangiano, noi mangiamo i pesci. La plastica entra nella catena alimentare con un carico di sostanze tossiche. Il Mare Nostrum è un mare monstrum, un minestrone di plastica. Ho cercato di approfondire.
Expedition Med è un progetto condotto da ambientalisti e biologi marini dell’Istituto francese di ricerca sullo sfruttamento del mare (Ifremer) e dell’Università di Liegi (Belgio) per studiare la concentrazione dei microframmenti di plastica nel Mediterraneo
E’ iniziato l’estate scorsa, continuerà fino al 2013. I risultati della prima campagna di ricerche sono disponibili da pochi giorni.
In luglio Expedition Med ha prelevato campioni d’acqua al largo della Francia, dell’Italia settentrionale e della Spagna ad una profondità di 10-15 centimetri circa. Nel 90% di questi campioni erano presenti minuti frammenti di plastica, del peso medio di 1,8 milligrammi. Li vedete a destra, in un’immagine tratta dal rapporto Expedition Med. E – proprio perchè sono così piccoli – difficilmente li vedete quando andate al mare.
I coriandolini una volta erano ciabatte infradito, succhiotti per bambini, bacinelle, insalatiere, posate usa e getta: e insomma, tutta la miriade di oggetti – certo anche imballaggi, certo anche shopper – che sono diventati di uso comune dall’inizio dell’Età della Plastica: diciamo dagli Anni 50.
Tutta la plastica lasciata in giro prima o poi finisce in un corso d’acqua, e di lì in mare. Si sminuzza, ma non sparisce.
Sulla base della concentrazione di frammenti di plastica nei campioni, gli studiosi francesi e belgi hanno calcolato che nell’intero Mediterraneo ci sono 500 tonnellate di plastica, sotto forma di 115.000 frammenti in media per chilometro quadrato.
I frammenti non sono distribuiti in modo omogeneo. In determinate aree sono più o meno numerosi in base al gioco delle correnti. Al largo dell’Isola d’Elba la spedizione ha trovato una concentrazione record: 892.000 frammenti per chilometro quadrato. Peggio che nei “vortici dei rifiuti” degli oceani.
Frammenti così piccoli non possono essere recuperati, almeno con le tecnologie attuali. L’unica soluzione è impedire che altra plastica finisca in mare. Il riciclaggio da solo non fa miracoli: è necessario anche ridurre ai minimi termini gli oggetti usa e getta e gli imballaggi.
Il rapporto della spedizione estiva 2010, in francese
Su Il Cambiamento la sintesi del rapporto in italiano: quanta plastica c’è nel Mediterraneo
La petizione alla Commissione Europea per l’eco confezione dei prodotti (in versione italiana) che nasce da Expedition Med








