Il pianeta ha una palla al piede. Si chiama Stati Uniti d’America, alla faccia delle speranze verdi a suo tempo suscitate da Obama.
Si avvicina la conferenza sul clima di Durban, dalla quale è decisamente fuori luogo (secondo me) aspettarsi decisioni significative a proposito del contenimento delle emissioni di gas serra. Però ci si attendeva almeno che a Durban il mondo si mettesse d’accordo su come spendere le centinaia di miliardi di dollari destinati alla protezione dell’ambiente. I Paesi ricchi li avevano promessi ai Paesi poveri in occasione del fallimentare vertice sul clima di Copenhagen: fu l’unica cosa vagamente concreta decisa in quella maratona di discussioni.
Ebbene no, nei lavori preparatori di Durban gli Usa si mettono di traverso. Sono in compagnia dell’Arabia Saudita, che vuole compensazioni pecuniarie per i Paesi produttori di petrolio (ovvero per se stessa), visto che ridurre le emissioni significa ridurre l’uso dei combustibili fossili. E gli Usa, volete sapere perchè gli Usa si oppongono?
Gli Usa desiderano che, nella strutturazione di questi fondi, venga assegnato un più ampio spazio d’intervento ai privati. All’invisibile mano del mercato, insomma: quella che prende a pugni i povericristi e titilla soavemente gli abbienti.
Ne dà notizia il Financial Times (non proprio esattamente con queste mie parole, però), aggiungendo anche che la prima rata del pagamento dovuto in base agli accordi di Copenhagen – 100 miliardi di dollari – sembra sia stata versata, anche se i Paesi beneficiari non hanno avuto occasione di accorgersene.
Infatti, secondo uno studio di Climate Policy Initiative (un gruppo di ricerca fondato dal finanziere e speculatore George Soros), i Paesi ricchi già spendono 97 miliardi all’anno per progetti di sviluppo legati ai problemi climatici. Resterebbero giusto gli spiccioli per comprare le sigarette.
Chi mi legge sa che non guardo con occhio benevolo la finanziarizzazione dei problemi ambientali: mira al profitto, non alla soluzione dei problemi; e poi l’ambiente secondo me viene prima del guadagno, così come l’uomo viene prima del guadagno.
Cionondimeno, visto che gli Usa si muovono nel mercato e per il mercato, mi pare significativa la loro scelta di tagliare le gambe all’ambiente per via finanziaria.
Cioè, diciamoci tutto: voi vi aspettate qualcosa da Durban? Per quel che mi riguarda, anticipo l’esito degli eventi anche sulla base dei risultati prodotti dalla Conferenza sul Clima di Copenhagen, 2009, in cui si riponevano tante speranze.
I problemi legati ai cambiamenti climatici sono urgenti e sempre più gravi. Ma loro, semplicemente, pacioccherano un altro po’ con il globo.
Sul Financial Times cambiamenti climatici, calcolare i costi
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