Sono appena state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale le norme che rendono possibile anche in Italia il Ccs (carbon capture and storage), conosciuto anche come stoccaggio geologico dell’anidride carbonica (CO2, il principale gas dell’effetto serra) prodotta in seguito all’uso di combustibili fossili.
Ci sono due metodi per difendere l’ambiente. Il primo, efficace, consiste nell’alleggerire la pressione che il genere umano esercita su natura e risorse. Il secondo consiste nel gravare sulla natura anche attraverso le azioni che dovrebbero alleggerire la pressione prodotta dal genere umano.
Questo secondo metodo mette in moto un sacco di soldi, e piace molto agli attuali governanti. Ma dà risultati piuttosto effimeri. Immagazzinare sottoterra l’anidride carbonica è – mutatis mutandis – come seppellire da qualche parte le scorie nucleari. Prima o poi tutte le porcherie tornano fuori. E magari anche presto, come pare accada per un Ccs canadese.
La disciplina del Ccs in Italia è contenuta nel decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 162
“Attuazione della direttiva 2009/31/Ce in materia di stoccaggio geologico della CO2″, uscito in Gazzetta la settimana scorsa. Anche all’Unione Europea piace molto il Ccs: donde il riferimento alla direttiva europea.
L’attuazione del Ccs, fra l’altro, è il presupposto per la conversione a carbone della centrale di Porto Tolle. Il carbone è il più inquinante fra i combustibili fossili, ed è quello il cui uso comporta il più alto rilascio di anidride carbonica.
Adesso l’anidride carbonica potrà essere iniettata sottoterra, o sotto il mare. Non è un’operazione indolore: secondo i calcoli di Greenpeace, richiede fra il 10 e il 40% dell’energia prodotta da una centrale termoelettrica. Con corrispondente rincaro dell’energia stessa medesima: mica volete che le imprese facciano beneficenza?
E poi, si tratterebbe di imprigionare l’anidride carbonica per molti, molti decenni: almeno finchè la concentrazione nell’atmosfera non sarà scesa in seguito all’abbandono dei combustibili fossili. Altrimenti saranno soldi spesi inutilmente.
Viene in mente la miniera di Asse, in Germania, scelta negli Anni 60 e 70 per depositarvi rifiuti nucleari nella convinzione che fosse una sorta di bunker geologico ermetico e stabile, e che invece si è già rivelata un colabrodo.
In ogni caso, bisogna e bisognerà evitare per ominia saecula saeculorum perdite consistenti: l’anidride carbonica è incolore e inodore, ed è tossica se la concentrazione nell’aria supera il 5%.
Ora provate a immaginare se, anzichè spendere il 40% dell’energia prodotta per immagazzinare l’anidride carbonica sottoterra, venisse fatto uno sforzo economico corrispondente per migliorare l’efficienza e ridurre l’uso di energia.
Le emissioni di anidride carbonica risulterebbero ridotte. Non si correrebbero rischi, non si introdurrebbero incognite sul futuro. Probabilmente anche le bollette dell’energia elettrica peserebbero meno sulle nostre tasche.
Sarebbe troppo bello. E infatti non è vero.
Il testo completo pubblicato su Rete Ambiente: Dlgs 14 settembre 2011, n. 162, “Attuazione della direttiva 2009/31/Ce in materia di stoccaggio geologico della CO2″
Da Greenpeace Italia il confinamento della CO2: un’illusione
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Foto da Adelaide









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