Oltre al rincaro cibo (emblematico il caso dell’Egitto) anche problemi relativi ad acqua ed energia. Il Nordafrica e il Medio Oriente, scossi in queste settimane dall’onda delle proteste, sono alle prese con una crisi che riguarda tutti e tre gli aspetti fondamentali della dipendenza del genere umano dalle risorse naturali.
Non sto dicendo che l’aspirazione alla democrazia e alla giustizia non c’entrino nulla: però metto l’accento sulle radici ecologiche della situazione.
Il cibo, innanzitutto. Si tratta di Paesi poveri (o dove i poveri abbondano, che sarebbe probabilmente una definizione migliore) e dove la gran parte del reddito pro capite viene speso per acquistare cibo. I prezzi dei generi alimentari sono al massimo storico: è difficile per la gente continuare a fare la spesa come prima riducendo altri consumi.
E poi l’acqua. i Paesi arabi (Nordafrica e Medio Oriente, appunto) comprendono il 5% della popolazione mondiale, ma possiedono solo l’1% dell’acqua dolce rinnovabile: pioggia, laghi, fiumi.
In questa regione sono situati 12 dei 15 Paesi più aridi: Algeria, Libia, Tunisia, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Yemen, Oman, Emirati Arabi, Kuwait, Bahrein, Israele e Palestina. L’elenco non è certo sovrapponibile, ma molto simile a quello dei Paesi dove sono in atto proteste.
In otto di questi Paesi, la disponibilità annua di acqua dolce pro capite è inferiore a 250 metri cubi. Il consumo quotidiano di acqua pro capite è pari in Italia a 200 metri cubi. Al giorno, appunto: là deve bastare per un anno.
I tre quarti dell’acqua dolce disponibile nell’intera regione appartengono a tre soli Paesi: Iran, Iraq, Siria e Turchia. Questi ultimi formano il bacino del Tigri e dell’Eufrate: e sono al momento tranquilli, anche se alla foce i fiumi stanno disseccandosi per i prelievi d’acqua effettuati a monte.
La grandissima parte dell’acqua utilizzata serve per l’agricoltura irrigua. In media, in tutto il mondo l’agricoltura assorbe il 70% dell’uso di acqua: nei Paesi arabi l’85%. Attingono perlopiù da falde sotterranee che si riempiono naturalmente con un ritmo molto più lento rispetto all’estrazione operata dall’uomo. Il risultato è che le falde si impoveriscono, sono già impoverite, con ripercussioni sulla produzione agricola: il caso più eclatante riguarda lo Yemen.
Infine l’energia, ovvero il petrolio e il gas naturale. Il mondo sta arrivando al picco del petrolio (il momento in cui la produzione non può più aumentare, dal momento che i giacimenti non contengono una quantità infinita di greggio), e molti dei Paesi arabi, per sopperire alle necessità interne, devono diminuire le esportazioni. E dunque diminuiscono i ricavi erariali legati al petrolio.
La situazione è critica anche sul versante del gas. In diversi Paesi della zona la scoperta di nuovi giacimenti non riesce più a tener dietro all’impoverimento di quelli già conosciuti e sfruttati. Sono in questa situazione Qatar, Yemen, Libia, Iraq, Tunisia, Bahrein, Algeria, Oman e Siria. Di nuovo, l’elenco si sovrappone con quello dei Paesi in cui sono in atto proteste: ma esistono coincidenze impressionanti.
Su Julienews le rivolte in Nordafrica e Medio Oriente
Sul sito dell’Arab Forum for Environment and Development i Paesi arabi e la scarsità d’acqua
Su Project Syndicate la triplice crisi del mondo arabo
Su Rigzone la domanda di gas in Medio Oriente provoca timori di penuria









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