Marea nera nel Golfo del Messico, la Bp è alle prese con i tubi ammantati di mistero, dato che ne aveva negato l’esistenza. Anzi: si è scoperto che i tubi in questione non sono solo due, ma tre.
E comincia a profilarsi anche il mistero dei due pozzi della Bp. Macondo (il pozzo che ha riversato in mare 5 milioni di barili di petrolio) ha un “fratello” trivellato dalla stessa Bp nelle immediate vicinanze, e poi abbandonato. Ma su questo tornerò dopo
Comincio dai tre tubi che sono dentro il pozzo Macondo. La Bp deve rimuoverli nell’ambito della procedura che lo sigillerà in modo definitivo.
Nel pozzo correva un unico tubo, quello per portare il petrolio dal giacimento alla piattaforma esplosa il 20 aprile scorso: lo scoppio è stato così violento da spezzarlo in tre tronconi.
Già i due tronconi dei quali si sapeva qualche settimana fa erano considerati la prova di un’esplosione talmente poderosa da mettere in pericolo l’integrità del pozzo e da produrre potenziali perdite multiple nel sottosuolo. Figuriamoci se i tronconi sono tre. Ufficialmente comunque il pozzo è integro e non ci sono perdite di idrocarburi in profondità. Anche se…
Il Washington’s Blog ha intervistato Robert Bea, docente dell’Università di Berkeley, presentato come uno fra i massimi esperti mondiali nel campo delle trivellazioni petrolifere. Le sue parole aggiungono peso alle preoccupazioni di tanti internauti e ai filmati postati su Youtube in cui si vedono gocce e nuvolette uscire dal fondale.
Sembrano idrocarburi: se davvero lo fossero, indicherebbero che il pozzo è appunto fratturato in profondità, e che petrolio e metano continuano ad uscire aprendosi una strada verso la superficie.
Il professor Bea ha dichiarato al Washington’s Blog che la Bp non condivide spontaneamente le informazioni in suo possesso con le autorità degli Stati Uniti e stende una cappa di silenzio.
Traduzione: solo la Bp conosce i termini reali della situazione; il Governo americano e l’opinione pubblica possono essere all’oscuro di fatti anche importanti. Lo si poteva già intuire con una certa chiarezza: ma ora viene il bello.
E’ effettivamente possibile, ha detto ancora Bea, che la colonna del pozzo non sia più integra.
Soprattutto, il professor Bea ha affermato che la Bp non ha scavato solo il pozzo Macondo (quello della marea nera), ma ne ha trivellato un altro nelle immediate vicinanze e poi lo ha abbandonato.
Magari, aggiungo io, era un pozzo di esplorazione preliminare, e come tale destinato all’abbandono.
Bea però – e qui torno alla sua intervista – non smentisce al Washington’s blog una sua precedente dichiarazione secondo la quale questo secondo pozzo andò “maledettamente vicino” ad eruttare anch’esso petrolio.
Esistono documenti ufficiali a proposito della trivellazione di questo secondo pozzo, ha detto il professore, ma non si sa in quali condizioni si trovi e se perda anch’esso.
Fin qui il senso dell’intervista. Integro o meno che sia il pozzo Macondo, ora la Bp deve ripescare i tre spezzoni di tubo che sono al suo interno per poter installare sulla bocca del pozzo stesso un nuovo blowout preventer, un’enorme valvola di sicurezza e di chiusura.
E’ una cautela imposta dalle autorità statunitensi in vista dell’uso dei relief well (si comincerà a settembre, pare) per sigillare definitivamente la perdita pompando cemento e fanghi pesanti alla base della colonna del pozzo.
Su Nola.com la Bp deve ripescare tre pezzi di tubo dal pozzo
Su Washington’s Blog intervista al professor Bea: la cappa di silenzio e i due pozzi Bp
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